Achille Pellizzari.
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IL MIO DELITTO.
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1909. Rocco e Bevilacqua Editori, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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A NICOLA RAMONDINO.
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Ma  poi un delitto?
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Di ci che ho commesso, la mia coscienza non mi muove rimprovero, n io sento rimorso di sorta, nemmeno negli istanti di pi intensa solitudine, di pi secreto raccoglimento intellettuale: gli altri lo hanno chiamato delitto; ma  egli possibile che chi nel pi sicuro e compiuto possesso di tutte le sue facolt, col pi freddo calcolo, col pi saldo raziocinio ha commesso un'azione delittuosa, non debba poi provarne alcun rincrescimento, n sentirne mai dolore o paura?
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Delitto ci ch'io non dubiterei domani di far da capo, senza esitazione, con la stessa impassibilit con cui l'ho fatto la prima volta? Io rifiuto di raccogliere una designazione cos ingiuriosa; e non l'ho scritta al sommo di questa pagina, se non per averla sott'occhio come un eccitamento continuo a protestare pi fieramente contro di essa e contro l'ingiustizia degli uomini che l'hanno profferita!
Or chi non ha l'animo posseduto da grette credenze, chi non ha lo sguardo offuscato dal pregiudizio morale o religioso, legga attentamente queste pagine autobiografiche, ne mediti serenamente il contenuto: giudichi senza paura e senza passione. Io non temo il suo giudizio.
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Gli scienziati sanno a quali ricerche e a quali studi sia legato il mio nome. Dopo di aver conseguito la laurea in medicina, invece di dedicarmi all'esercizio della professione, che mi avrebbe offerto i mezzi per vivere decorosamente, preferii trattenermi nei gabinetti universitari, per approfondire le mie conoscenze scientifiche e proseguire le indagini gi felicemente iniziate sotto la guida dei miei maestri. Avevo rivolto la mia attenzione ad un problema assai importante: la vitalit dell'apparato della digestione nell'uomo e i suoi rapporti con la vitalit dell'uomo stesso. Gli studi condotti su centinaia di cadaveri, nelle cliniche e negli ospedali, m'avevano posto in grado di misurare con una grande approssimazione la durata delle funzioni digestive, anche oltre la morte, nell'organismo umano. Io ero riuscito a precisare codesta durata in modo inconfutabile, fra le due e le tre ore; e ci m'aveva indotto, tenendo calcolo della delicatezza straordinaria dell'apparato digerente e della sua rapida necrotizzazione, ad affermare che lo stomaco e gl'intestini erano fra i visceri dotati di maggiore energia vitale, e che la soppressione totale o parziale e certe date lesioni di essi avrebbero recato meno danno, relativamente agli altri visceri, all'organismo tutto e alle funzioni vitali in genere.
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 noto come le mie ricerche fossero seguite da tutti con grande interessamento, e come i risultati ai quali io giunsi fossero accolti quasi dovunque con molto favore. Fece eccezione la Germania, dove uno studioso che godeva, immeritamente, di molta autorit, il Prof. Bleuwitz, si scagli contro di me, con quella virulenza scortese, ch' propria di molti angolosi scienziati alemanni. Egli pubblic nell'Archiv fr mikrosc. Anat. due articoli molto lunghi, negando alle mie ricerche ogni valore induttivo, finch esse non fossero - diceva - suffragate da qualche esperienza eseguita sull'uomo vivo, e mi accusava "del solito dilettantismo degli Italiani, i quali credono che un po' di cos detta genialit, ossia di stravaganza disordinata (regelloses Verschrobenheit) basti a supplire alle indagini severe, al raziocinio erudito che altri popoli consacrano agli studi scientifici".
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Le parole dell'astioso tedesco mi punsero molto.
 risaputo che leggi ormai antiquate, e singolarmente discordanti dallo spirito libero dei tempi moderni, vietano la vivisezione, ostacolando cos il progresso della pi nobile fra le scienze. Come supplire quindi alla impossibilit dell'esperimento, se non con l'induzione, non stravagante e avventata, ma cauta, ragionevole, fiancheggiata da altre esperienze, se non decisive, certo molto probanti? Il prof. Bleuwitz era evidentemente in mala fede, ed io gli risposi dicendogli il fatto suo, senza attenuamenti n metafore. Egli volle replicare alla sua volta, e la polemica giunse a tal punto di acerbit, ch'io fui costretto ad interromperla, non perch mi riconoscessi vinto, ma perch avevo esaurito contro il cocciuto Teutone tutto il mio bagaglio d'argomenti e d'ingiurie.
Che pi dire infatti ad un ostinato, il quale, mentre lo accusate di grettezza, d'ignoranza, di pedanteria incarognita, d'insanabile idiozia e di scorrettezza polemica, continua a gridarvi su tutti i toni: - "O l'esperimento o niente! O l'esperimento o siete un asino! O l'esperimento o siete un mentitore!"?
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L'esperimento! Oh, come avrei voluto darglielo, l'esperimento! E confonderlo, e subissarlo sotto l'evidenza della verit provata, quel pedante caparbio dalle spalle quadrate e dalla barba incolta! Non avrei chiesto di meglio, io! Perch sapevo, sapevo bene che l'esperimento mi avrebbe dato ragione!
Ma dove trovare chi si offrisse a far da corpo vile, essendo convinto, in precedenza, di doverci lasciar la vita? Venisse un po' lui, il signor Bleuwitz, a farsi tagliar la pancia, per amor della scienza, se ne aveva il coraggio!
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Pi mi amareggi vedere che per un male inteso sentimento di solidariet nazionale, prendevano le parti del mio avversario alcuni suoi compatriotti, e fra questi, purtroppo, uomini di maggior ingegno e di pi fama che lui! Niente  pi terribile per un uomo conscio del proprio valore, che portare in s una verit, aver fede in essa come nella luce del sole e nell'amore d'una madre, e non poterla proclamare alto, alto come il sole e come l'amore d'una madre; niente  pi atroce che bandirla e sentirla disconoscere, ripudiare, irridere, come una fola, una stramberia, una comica fantasia! Io trascorsi allora giorni di scoramento, di prostrazione, di amarissimo dolore, dibattendomi fra le delusioni dell'amor proprio, le trafitture del mio orgoglio scientifico, da una parte, e le piccole, le vili contingenze della vita materiale, dall'altra; senza trovar conforto di sorta, se non nella mia fede incrollabile, nella speranza, lontana ma lieta, d'una rivincita luminosa, d'una vittoria incontestabile.
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La vita, la cos detta vita materiale! Niente di pi tristo e di pi abietto. Vivere di pensiero, tremare quotidianamente d'un'ansia terribile e divina, nella ricerca del vero, dell'unico vero, che sfolgori su dalle nostre fatiche, oltre i nostri conati, come una gran fiamma luminosa, ai moderni e ai venturi: e con l'occhio fiso sopra un preparato microscopico o sopra un viscere palpitante, e coi nervi in sussulto e l'arco dell'intelligenza contratto nello sforzo, come il muscolo d'un bicipite possente, vibrare d'angoscia e di delizia, nella lotta vittoriosa contro il mistero enorme d'ogni cosa.... ed essere ogni istante brutalmente ricondotti alla cura ignobile dell'esistenza quotidiana: alla conquista necessaria e affannosa del cibo, delle vesti, della casa! E impantanarsi nel fango schifoso del bisogno, fra i luridi compromessi e le abiette preghiere e le concessioni patteggiate del denaro! Ed elemosinare umilmente di che nutrirsi, di che coprirsi, e tendere pietosamente la mano agli usurai, e arrossire dei rifiuti arroganti, e ringraziare sorridendo delle elemosine sdegnose, e assuefare le dita use a reggere sapientemente il bisturi e a palpare le carni nude e ad esplorare le cavit irrorate dal sangue, assuefarle a stringer la penna, per firmar cambiali! Oh, la vergogna, il ribrezzo, lo strazio!
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Mi hanno paragonato a Corrado Brando! Sciocchi! Non si paragona una creatura viva a una stolta fantasticheria!
Corrado Brando  uno stupido vizioso, gonfio di vuote ciance, ridicolo parolaio della grandezza, cui mira da lontano, senza aver l'energia di conseguirla.
Un delitto per correre alle radici d'un fiume... Piccolo uomo! Ma io cercavo le radici della vita!
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Ecco fra quali angustie mi dibattevo nella mia esistenza privata, mentre alla mia vita scientifica gli avversari pi appassionati procuravano amarezze e dolori. Ecco da quali forze diverse, insieme cospiranti, io fui indotto a quello che altri chiamarono il mio delitto.
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Mio padre aveva lasciato, morendo, a mia madre, una piccola rendituccia, insufficiente ai nostri bisogni; s ch'io fui costretto, se volli dedicarmi ancra, tutto, ai miei studi, a ricorrere al credito degli usurai. Anche questa risorsa venne presto a mancare; e a tutti gli altri affanni che mi travagliavano, s'aggiunse quello delle cambiali che scadevano, dei protesti che si succedevano, dei sequestri minacciati. Il pi accanito, il pi spietato dei miei creditori era un certo Sebastiano Castro, piccolo uomo, grasso, dalle gambe e dal collo troppo corti, dagli occhi piccini, dalle orecchie ad ansa, con radi baffi giallastri intorno alle labbra tumide, i denti guasti, l'alito greve, il respiro breve e affannoso: qualche cosa di repellente, un essere sozzo e lubrico, come il mestiere infame che esercitava. Quante volte, quand'egli apriva la bocca viscida a un sorriso pietoso, e socchiudeva gli occhi per nascondere la bestialit lasciva ch'errava nel suo sguardo, quante volte io ebbi la voglia acre di calpestarlo come si calpestano i serpi! Ma egli non s'avvide mai dell'impulso feroce che provocava in me; e mi veniva accanto, congiungendo le mani grasse e tozze sul ventre adiposo, e buttando zaffate nauseabonde di fiato guasto e di robe sporche, e piagnucolando miserie, per iscusa degli interessi iniqui che esigeva, e della sordida crudelt con cui perseguitava i debitori poco puntuali.
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Abitavo poche stanze, al mezzanino di una casa sua; egli stava di fronte a me, con l'ingresso sul medesimo pianerottolo, solo, perch non aveva famiglia e mangiava alla trattoria. Alla pulizia del suo alloggio provvedeva la portinaia; il primo e il secondo piano erano abitati da altri.
Dovevo a Sebastiano Castro tre mesi di pigione e un centinaio di lire, che mi aveva prestate in due riprese. Pensavo di pagare non appena avessi riscosso le cinquecento lire del premio assegnatomi dall'Accademia delle Scienze di Torino, per la mia memoria sopra Le vie linfatiche della mucosa gastrica: il segretario dell'Accademia mi aveva infatti avvertito che il mandato di pagamento era gi in via. Sebastiano Castro mi aveva gi sollecitato un paio di volte a pagarlo: cercai di lui, gli parlai, lo pregai che avesse un po' di tolleranza, gli mostrai anche la lettera. L'avrei pagato non appena riscossi quei denari: eran denari sicuri, lo sapeva, non c'era da dubitare!
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Mi ascolt sorridendo con le labbra grosse, mostrandomi i denti logori e neri, tra i quali la saliva si tendeva, ogni volta ch'egli apriva la bocca, in fili vischiosi.
- S, s, va bene, lei ha ragione, caro dottore; ma, veda, anche io non ho torto!... Comprendo quello che vuol dire: comprendo benissimo... i denari ci sono, sono qui, eccoli... - e tamburellava con le unghie sudicie e lunghe sul tavolo... - eccoli, ma io non li ho!... Oh, non che dubiti di lei, veda. No, io non dubito affatto di lei; sebbene lei possa anche riscuotere il suo mandato e poi non pagarmi; ma io so benissimo che lei non far mai una cosa simile: questo lo so benissimo. Ma anche io, veda, ho i miei princpi, con i quali non soglio transigere. .
In fatto di denari bisogna essere puntuali... puntuali sempre... - Gli si fece un nodo alla gola, la voce gli si affioch, toss due o tre volte, sput per terra rumorosamente una grossa chiazza di saliva e di catarro, poi riprese: - ....ma, veda.... per lei potrei fare anche un'eccezione... sicuro, trattandosi d'una persona come lei.... un'eccezione ai miei princpi.... Il male , per, che gli altri non ne fanno con me. Io domani ho un versamento da fare; denari non ne ho.... creda, glielo posso giurare.... la sua cambiale scade oggi, l'affitto domani.... se lei mi paga, anch'io posso pagare... se lei non mi paga, io son costretto a non fare onore alla mia firma.... e questo, creda,  impossibile...
- Ma lei li trova quando vuole, questi denari!
- Io? Ma lei s'inganna! Il denaro  scarso, dottore, non ce n', non ce n'.... Invece lei, con le sue conoscenze!... guardi, guardi, vedr che trover....
- E se non pagassi? - gli chiesi bruscamente.
- Mi rincrescerebbe - rispose stringendo le labbra e irrigidendo il sorriso -, ma sarei costretto.... me ne dorrebbe molto.... sarei costretto a sfrattarla di casa...
- Cos, su due piedi?... E mia madre?
- Per forza, che vuole!.... Anche io ho i miei interessi... anch'io... Sua madre verr con lei!... D'altronde...
Gli volsi rapidamente le spalle e me ne andai.
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Era il ventisette di luglio: una giornata afosa e pesante, della quale rammento ogni particolare, con precisione mirabile. Uscii di casa, fremente di rabbia: di quella rabbia sorda, che  tanto pi furiosa quanto meno pu trovare sfogo in un'azione concreta a danno di chi ne  la causa. Che fare a quel lurido strozzino? Nulla! Egli aveva dalla sua parte la legge, con tutta la forza smisurata e cieca che ella pone tanto spesso ai servigi dell'ingiustizia e del delitto. Io ero contro di lui senz'arma alcuna.
Andai all'Istituto d'anatomia; la prima persona in cui m'avvenni fu un amico e collega, al quale non parve vero di potermi dare una cattiva notizia.
- Hai visto il nuovo fascicolo delle Wiener Sitzungsberichte?
- No, che c'?
- C' qualcuna delle solite malignit al tuo indirizzo...
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Gli occhi gli scintillavano di soddisfazione mal celata. Presi il fascicolo del periodico, lo scorsi rapidamente: "Quel dottore italiano al quale andiamo debitori di certe strane teorie intorno alla vitalit dell'apparato digerente, adesso ha conseguito in patria sua un premio, per alcuni studi intorno alle vie linfatiche della mucosa gastrica, condotti con quella riprovevole incuria sperimentale e con quella stupefacente disinvoltura, che gli sono consuete".
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L'amico mi guardava sempre. Gli ficcai gli occhi in faccia, finch non ebbe abbassato i suoi; poi deposi il giornale, dicendogli tranquillamente:
- Vedremo presto da qual parte sia la verit.
- Vuoi rispondere?
- Polemiche? E con codesta gente? Mai pi... Risponderanno i fatti: non dubitare, o prima o poi!....
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Mi rinchiusi nel mio gabinetto e ripresi le consuete osservazioni al microscopio. Ma presto mi avvidi che mi mancavano in quel giorno la serenit e la lucidezza, necessarie perch le mie fatiche non fossero sciupate. La mia mente tornava con insistenza fastidiosa alle parole di Sebastiano Castro, che si alternavano, pronunziate da una voce beffarda, con quelle della rivista tedesca; e sotto l'occhio, nel campo della lente, al posto dei preparati microscopici, s'insinuava fra i vetrini il profilo noto dell'usuraio, con le sue grosse labbra aperte a un sorriso canzonatorio. Ma l'occhio non era l'occhio di Sebastiano Castro: era quello dell'amico che avevo incontrato pocanzi: e ridevano tutti e due, l'usuraio e l'amico, confusi in una sola persona, e pur ben distinti l'un dall'altro, ridevano di me, dei miei dissesti economici, delle critiche malevole ai miei studi, degli affanni che mi turbavano: ridevano malignamente, godevano di ci ch'era la mia umiliazione e il mio dolore!
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Ah, poterli confondere e umiliare! E con loro tutti i miei nemici palesi e nascosti! Nella mia mente il desiderio di confutare vittoriosamente gli avversari scientifici si confondeva con quello di dare una lezione a Sebastiano Castro: avvilire gli uni e far tremare l'altro. Ecco: averlo qui, qui, dinanzi a me, e vedere quella sua faccia rossa impallidire e quelle labbra vischiose tremare per lo spavento: e costringerlo a inginocchiarsi qui, qui, per terra, ai miei piedi, e alzare il pugno sulla sua testa in atto di minaccia, e vedergli socchiuder gli occhi e torcere il collo sotto il timore del colpo!
- Ah! Tu mi cacci di casa! Ah! Tu non puoi attendere, tu non puoi aver misericordia d'un galantuomo, tu non hai denari! Sozzo bruto, bestia schifosa, toh!... toh, canaglia, toh, porco, toh, immondizia ignobile!... Prendi! Questo  per me, e questo per quel disgraziato che facesti morire di fame or son due mesi, e questo per quel commerciante che spingesti al fallimento per rubargli il negozio, e questo....
- Ma che son divenuto pazzo?
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Mi fermai. Stavo picchiando furiosamente sul tavolo: ero cieco di rabbia!
Che caldo! Sudavo tutto! Corsi ad aprir la finestra. Tornai a sedermi.... Che caldo!
E la casa? Perch non penso alla casa? Domani sar messo alla porta... Potrei farmi prestare quei denari! Certo. Da qualcuno, li troverei. Ma poi dovrei renderli ugualmente. E poi ci sarebbe sempre da pensare anche agli altri debiti.... E poi.... Ma, perch quel bruto che mi getta sul lastrico deve esser ricco e deve proseguire a rubare impunemente, mentre io, io che lavoro, che studio, che mi logoro di fatica per uno scopo bello, buono, nobile, debbo stentare la vita, debbo vedermi cacciato di casa come un vagabondo fannullone, debbo implorare a momenti la carit del prossimo, per aver da mangiare?
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Io e lui. Tutta la vita del mio pensiero era in quel momento raccolta e intensificata nella considerazione dell'antitesi tragica alla quale per me si restringeva il mondo. Io e lui: i due esseri a fronte: ci ch'era in me e ci ch'era fuori di me. Chi ero io? La coscienza che, consapevole di s e della sua dignit, si eleva al di sopra d'ogni cosa e giudica del bene e del male, oltre le contingenze della mutevole morale umana. Chi era lui? Lui era il cos detto diritto: la forza, la ricchezza, l'intangibilit del possesso, la legge etica vile ed astuta che ci governa: una sentina d'ogni vizio: un impasto ignobile di tutti i compromessi, di tutte le abiezioni, di tutte le paure, di tutte le ignavie umane!
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Ed ecco, all'improvviso, bruscamente, con una chiarezza di luce mirabile, mi si disegn innanzi alla mente la soluzione logica dell'antitesi che mi angosciava. Punire Sebastiano Castro, punirlo, non per il gusto basso della vendetta, per l'egoistico desiderio d'una rivincita, ma per togliergli il modo di far ancra del male: per impedirgli di spargere ancra intorno a s la miseria e il dolore; e, nello stesso tempo, fare di lui lo strumento della ricerca scientifica, adoprare la sua putrida carne per uno scopo degno di pi nobil materia: esaltarlo punendolo, glorificarlo straziandolo, redimerlo uccidendolo!
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Nell'animo mio non ci fu dubbio n esitazione. Chi era egli? Un essere inutile e dannoso al consorzio dei suoi simili. Come tale, si poteva, anzi si doveva eliminarlo.
Il cmpito di far giustizia era mio, come di chiunque altro avesse potuto giudicarlo equamente. E la mia equit non era discutibile. Non per duecento lire avrei troncato ingiustamente un'esistenza umana: n per duecento n per duemila n per una somma qualsiasi di denaro. La vita d'un uomo, finch giova al consorzio dei viventi, ha un valore che non  pareggiabile da tutto l'oro del mondo. Dalla sua morte, io, personalmente, non avrei ritratto utile di sorta. Se anche avessi trovato nei suoi scrigni del denaro, se anche l'avessi fatto mio, non io ne avrei usufruito, bens la scienza alla quale tutte le cose mie e me stesso, tutto, io avevo dedicato!
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Oh, certo, niun essere ragionevole ebbe mai tanta lucidezza di mente, tanta serenit d'animo, beneficando e consolando, quanta n'ebbi io, accingendomi alla mia opera di giustizia e d'indagine scientifica.
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Venne la sera, venne la notte: una notte calda e serena. Preparai con cura, in casa mia, tutto l'occorrente, attendendo che Sebastiano Castro, il quale era rincasato sul tardi, si fosse coricato e assopito. Poi, verso la mezzanotte, a passi di lupo, cautamente, muovendomi a tentoni, uscii sul ballatoio che girava torno torno la casa, dal lato della corte interna. Non c'era la luna, ma la notte era tanto serena che il solo fulgore lontano delle stelle bastava a diffondere intorno una chiarit tenue, come di nebbia lucente per l'aria. Dalla parte dove abitava Sebastiano Castro, il ballatoio era chiuso da una specie di raggiera di ferro, che sporgeva dal muro come un ventaglio, vietando il passaggio. Mi arrampicai con precauzione sui raggi, portando appesa alle spalle la mia cassetta di ferri chirurgici, scavalcai le punte, scesi dall'altra parte.
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Avevo pensato di tagliare con un diamante i vetri del balcone che si apriva sul ballatoio; non ce ne fu bisogno. Certo per il caldo, il balcone, che dava sopra una stanza d'ingresso, era aperto. Entrai. Traversai la stanza rattenendo il fiato. La porta della camera da letto era aperta anch'essa, come la finestra che dava sulla strada. S'intravedeva nel buio il candore delle lenzuola, e, sul letto, qualche cosa di lucente, un sozzo gonfiore, una sconcia nudit che russava.
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I miei occhi, ormai avvezzi a quella semioscurit, distinsero nettamente l'usuraio: era sdraiato supino, senza coperte n biancheria indosso, con la testa un po' reclina sulla spalla destra, e una gamba penzoloni fuori del letto. Mi accostai, deposi a terra senza far rumore la mia cassetta, trassi di tasca una bottiglina piena di protossido d'azoto, ne inzuppai un fazzoletto e lo appressai delicatamente alle narici del dormiente.
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Bastarono pochi secondi perch questi smarrisse ogni sensibilit. Ma non c'era tempo da perdere, giacch l'azione del protossido  di brevissima durata. Chiusi le persiane e le imposte della finestra che dava sulla strada, e la porta che dava sull'anticamera. Quando mi fui assicurato cos che all'esterno non avrebbe potuto trapelare un fil di luce, n rumore alcuno, accesi con un fiammifero due candele ch'erano sul camino e tornai verso il letto.
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Profondamente assopito, l'usuraio respirava meno rumorosamente. Guardai con disgusto il suo collo corto e grosso, le mammelle grasse come di donna, la pancia rigonfia: tutte le carni bianchissime, di quella candidezza lattea e untuosa dei biondi troppo grassi, che li fa assomigliare a pervertiti sessuali. Teneva i pugni chiusi come un bambino; il labbro inferiore penzolava gi, mostrando la mucosa umida e violacea e lasciando nude le gengive e la fila giallastra dei denti corrotti. Afferrai una benda lunga e resistente di garza, e, introdottagliene una parte nella bocca, ne girai il restante intorno al capo, legandola poi solidamente, in modo che egli non potesse pronunziare parola n gridare. Quindi lo trassi gi dal letto, afferrandolo sotto le ascelle: mi par di sentire ancra ai polpastrelli delle dita l'impressione umida e calda del suo sudore. Lo deposi a terra, insensibile e immobile, buttai anche a terra, rapidamente, i materassi, e, scoperte cos le tavole del letto, ve lo ritrassi su, legandolo solidamente a pi riprese con una corda che avevo portata meco.
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In breve tempo le ritorte, che, partendo da una delle gambe del letto, passavano due volte intorno al suo collo e sul petto e sotto le braccia e sulle coscie e sulle ginocchia e ai piedi, ebbero unito con legami solidissimi l'usuraio alle tavole e allo scheletro di ferro del letto, facendone un insieme tenace e immobile.
Era quanto volevo: non c'era parte del suo corpo che non fosse coperta dalle corde, eccetto il ventre, che, sotto le compresse laterali, sembrava quasi ergersi pi gonfio e pi lucente al chiarore esitante delle due candele. Eccolo, quel sudicio ventre, per empire il quale egli aveva seminato intorno a s il patimento e il dolore: eccolo, quello schifoso cumolo di budelli sudici: eccolo, quel sozzo alvo di cibo e di sterco, l, nitido, pieno, placidamente pieno, come un ventre di onesta donna incinta. Qualche venolina sottile si sperdeva in quel candore grasso, al quale la luce vacillante della cera dava a momenti, nel lieve moto del respiro, come il tremolo d'una massa gelatinosa.
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Guardai un istante la cicatrice ombelicale, contratta e rugosa come una piccola bocca di vecchia, e sotto di essa, con occhio sicuro, appuntai il bisturi. Una lieve pressione bast a farlo penetrare nella carne: bisognava agire con accortezza, per non ferire gl'intestini. Il bisturi affondava lentamente, facilmente, come una punta in una massa di burro. Evidentemente, sotto la pelle era uno strato adiposo assai alto; quando la lama vi fu penetrata per circa tre dita, con un movimento rapido ed esatto, mantenendola sempre alla medesima altezza, feci un taglio diritto, dall'ombelico al pube. Apparvero tosto, sotto il filo tagliente, piccole gocce di sangue, segnando la ferita d'una linea rossa, ardente sul nitore della pelle.
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In quell'istante medesimo il corpo dell'usuraio fu tutto percorso, dal capo alle piante, da un fremito formidabile, e io vidi tutti i muscoli tendersi e contorcersi sotto l'epidermide nuda, in uno sforzo supremo, contro le ritorte che l'avvolgevano. Sollevai lo sguardo: vidi quegli occhi piccini, fatti grandi dalla paura, aperti su me con una fissit, spaventosa: la fronte, il sommo delle guance, tutta la parte visibile del volto erano attraversati da contrazioni spasmodiche, sotto l'impeto pazzo d'un terrore atroce.
- Fermo, bello mio! - dissi sorridendo ironicamente. - Non ti spaventare: faccio un piccolo esperimento: pu anche darsi che tu non muoia: pi fermo starai, meglio sar per te!
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Com'era legato solidamente! L'impeto sovrumano, ch'era in ogni parte del corpo suo, si infrangeva inutilmente contro la ferrea rete delle corde incrociate: egli non riusc a spostare una gamba, a muovere un braccio; e del grido folle che doveva risuonargli entro la bocca e alle orecchie, degli urli disperati di spavento, che dovevano partirgli dai precordi e rigurgitargli alla gola, a me non giungeva se non un rantolo fioco, un rauco respiro affannoso, che gli gonfiava stranamente il petto, il collo, le narici, a intervalli brevi e disordinati.
Ripresi la mia operazione; allargai i margini della ferita con i pollici delle mani; vidi che non avevo tagliato abbastanza profondamente lo strato adiposo che copriva gli intestini; affondai di nuovo il bisturi al sommo della linea rossa, facendolo penetrare pi addentro nell'epa, e di nuovo percorsi il taglio sanguinoso col ferro che strideva leggermente, radendo i margini della ferita, come una lama di rasoio.
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Questa volta non avevo sbagliato. Le pareti della ferita si aprirono da s stesse, scoprendo la membrana protettrice delle budella: il peritoneo: un velo giallognolo e untuoso, intersecato di venuzze nere. Vi gocciolava il sangue dal taglio senza spargersi, appallottolandosi e ruzzolando qua e l. Afferrai il velo cautamente con una pinzetta, lo forai, introdussi un dito nel foro e feci un lungo strappo, mettendo a nudo gli intestini. Il corpo dell'usuraio fu tutto scosso da una nuova, terribile convulsione: i muscoli si tesero e si contorsero ancra una volta, e le pareti del ventre, contraendosi in uno spasimo doloroso, buttaron fuori per la ferita beante, come un getto di vomito fetido e schifoso, la massa rosea e viscida delle budella. Ne ebbi tutta la mano avvolta e insudiciata, con un senso di tepore grasso, come d'unto e di sangue.
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Avanzai la mano dentro la cavit rossa del ventre, cercai l'intestino retto, lo strinsi: era pieno, e si afflosciva sotto la pressione, come una palla di gomma rigonfia d'aria.
Lo legai strettamente, facendo passare un portalacci attraverso la membrana che lo univa all'addome, e al di sotto della legatura, con una rapida mossa, lo tagliai di netto.
Ne rimase, attaccata alla parete posteriore del bacino, una piccola parte, un pezzetto di viscere sudicio e rugoso. Afferrai con le mani lorde il capo legato, e col bisturi, come fanno i trippai nei macelli, seguii su su il margine dell'intestino, tagliando la membrana lunga e mobile con la quale si connetteva all'addome.
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Non fu un'operazione facile! Ogni tanto occorreva che sostassi, per legare a grandi parti la membrana che versava sangue dal taglio: non volevo emorragie: Sebastiano Castro doveva vivere pi che fosse possibile. Ma viveva egli sempre? Non v'era dubbio che s. Le contrazioni spasmodiche di tutto il suo corpo erano a poco a poco cessate, ma, sollevando lo sguardo al suo volto, vidi che dagli occhi sbarrati gli colavan gi silenziosamente lagrime grosse e fitte. Il mento, la bocca, le guance erano tutti agitati da un tremito nervoso, del quale s'intravvedeva il moto sotto il bavaglio: gi per i baffi e sul collo gli si impigriva un filo di bava, che pioveva dalle labbra costrette; e su, il volto era congestionato, quasi cianotico, con le grandi orecchie ad ansa fatte violacee pel flusso greve del sangue alla testa.
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A mano a mano che liberavo l'intestino dai suoi legami, ne venivo svolgendo la matassa e lo lasciavo scivolare a terra. Giunsi finalmente al cieco: l'ultimo brano: lo separai dalla parete addominale con un solo strappo. Cominciavo ad essere stanco, e volevo finire presto. Ora giacevano a terra, ai miei piedi, otto o nove metri di budella, congiunti a quel corpo umano da un capo soltanto, per mezzo del piloro. Bastava. Alla svelta riempii la cavit vuota, attraverso la ferita boccheggiante, di garza e di cotone.
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Quanta roba conteneva quel ventre spalancato!
La garza mi manc: afferrai quello che mi cadde sotto mano: un asciugamani, un paio di calze. Provavo una gioia furiosa a saziare cos quella pancia che non s'era mai saziata, e, comprimendo la garza, il cotone, la tela, entro quelle pareti sanguinose e tremanti, gridavo all'usuraio: - Toh, toh, toh ancra. Ce ne sta ancra! Prendi, prendi, mangia; mangia di qua, lurida carogna!...
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E ancra non s'empiva... ancra non s'empiva! Persi la pazienza, afferrai un catino pieno d'acqua, e gi, gi anche quella. Cadde sulla garza e sulla tela con un rumore sordo; gorgogli, trabocc fuori, sporca di sangue. Finalmente!
Spensi le candele, socchiusi con precauzione la finestra, e, a traverso il vano, feci scendere a poco a poco, fra le mie mani, gi verso la strada, il lungo intestino dell'usuraio. Sentivo l'impressione sozza di quella cosa molle gi fredda, che mi scivolava fra le mani. Tocc, quasi terra, rimase l penzoloni, oscillando un poco, teso come una corda fino allo stomaco ancor vivo a cui si connetteva.
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...   ...
Ah, ah, ah! Se ci ripenso, bisogna ch'io rida, perch, in verit, non  mai accaduto un fatto tanto strano. Ma pensate, dunque, a quell'immonda creatura, sdraiata l sul suo letto, e legata, oh, ben legata, e rantolante sordamente, con la pancia squarciata e con le budella fuori, fuori per la stanza, fuori sul balcone, fuori lungo i muri della casa, fuori e gi, gi, gi, fino alla terra. Pensate a quella cosa viva, che aveva qualche cosa di suo, vivo ancra, fuori di s! Lui era l, dentro, in quel caldo soffocante, e il suo intestino era fuori, all'umido della notte: un pezzo d'uomo in casa e un pezzo in strada!
Ah, ah, ah!
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Che cosa feci dopo? Ecco! Frugai qua e l, presi del denaro, molto denaro, e poi me ne tornai pian piano, com'ero venuto, per l'anticamera e per il ballatoio, a casa mia.
Sciocco che fui! Dimenticai in quella stanza, a pi del letto, la cassetta dei ferri chirurgici. Veramente sciocco! E non me accorsi in tempo per riparare. Nessuno avrebbe sospettato di me, se non avessi commesso una tale storditezza.
Ma fu cos: quand'ebbi finito, e quando ancra cercavo il denaro, mi prese una grande smania d'andar via; d'andar via sbito, sbito. Mi sentivo le mani tutte grasse, sporche d'unto e di sangue: anche le unghie eran piene di sangue rappreso. Volevo lavarmi, pulirmi.... e me andai con fretta soverchia.
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Quando fui nella mia camera mi sentii di nuovo tranquillo. Feci una pulizia minuziosa, e poi sollevai un po' le persiane e guardai fuori. La finestra di Sebastiano Castro era lontana dalla mia non pi di cinque o sei metri. Nella chiarit della notte s'intravedeva qualcosa di grigiastro, penzolante gi, oscillante un po', lentamente, gravemente, a un lieve soffio di vento.
S'appressava l'alba: io non mi mossi dalla finestra, con gli occhi fissi sempre a quel rifiuto umano che si muoveva. La luce crebbe: ecco, ora ne distinguevo nettamente le varie parti: pi grosse, pi sottili.
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Ma il colore non era pi roseo: l'intestino s'era fatto pallido, d'un pallore sudicio e ripugnante.
E Sebastiano Castro? Viveva egli ancra? Questo io volevo sapere: quanto avrebbe vissuto o quanto aveva vissuto. Per questo stavo ancra l, stetti ancra l, per quattro o cinque ore, fino a giorno fatto, fino a quando un passante not quella cosa che penzolava, e, ignaro e curioso, ne chiam altri, e un gruppetto di gente si ferm, guardando e commentando. Quando capirono, fu un grido d'orrore. Sciocchi! Non sapevano a chi appartenesse quella sudicia carne.
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Accorsero altri, qualcuno sal, entr a forza nella casa dell'usuraio.
Ebbene! Quei visceri che, sotto l'azione del caldo e dell'anemia si cominciavano a necrotizzare, quelle carni che si facevano violacee e putride decomponendosi, erano attaccate a....
Ma ditelo, gridatelo, gridatelo forte, che la medicaglia tedesca lo senta, e sappia ch'io avevo ragione!....
Sebastiano Castro non era ancra morto!
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FINE.